Woodbury, Agosto 2015
-"You're a liability to me. And I won't take any risk,"
Chris espone il problema con la sua solita razionalità analitica, inconsapevolmente aprendo vecchie ferite ed esponendo il cuore di Harley ad una rabbia in grado di accecarla, renderla violenta, spietata nel cercare di colpire la sorella allo stesso modo. Sfodera le unghie e gli artigli, tirando in ballo questioni che non le ha mai perdonato ed altre che non ha mai compreso. Una parte di lei è assorbita da altro, ma forse è solo per non concedersi di percepire -ancora- quella lacerazione al petto che la devasta ogni volta che si separano. -Questa volta è seria-.
Baltimora; Gennaio 2005
-"She's a liability, Dom. You know that."
- "She's MY Girl. You should really get over it, Sammy."
Non sanno, i due bikers, che il "rischio" li sta ascoltando, nascosta dietro la porta del garage in cui entrambi lavorano a tempo perso. Era passata a salutare Dom -l'ennesima buca a scuola-, seguendo il bisogno di passare del tempo con lui. Le voci l'hanno indotta a fermarsi senza avvertirli della sua presenza. Non dovrebbe origliare, ma non può farne a meno. Così come non può fare a meno di sentirsi ferita. Sam è il secondo di Dom, un po' il Beta del suo branco. Lei non gli è mai piaciuta, ma non sa perché.
-"She's your weakness. And now They know it."
-"Non capisci, Sammy. Lei è ..."
-"Quel cazzo di sceriffo le sta addosso. Lo so io e lo sai tu. E quando lei cederà ci farà mettere tutti nei guai, te per primo. Sempre che i Warriors non arrivino a farci le feste. Lo sai che lui la vuole. Faresti meglio a lasciarg..."
Sam non riesce a finire la frase, perché si trova spinto con violenza contro la parete. Dominic non è uno che si infiamma facilmente, ma ora sembra sputare lampi dagli occhi, e le nocche sbiancano per la tensione con cui stringe la maglia dell'altro; i pugni a premergli sulle costole.
-"I Warriors e il loro capo possono andare affanculo. Lei è mia. E se ne parlerai ancora così, ti spaccherò la faccia."
Harley è senza fiato. Si spalma lungo la parete esterna del garage e si guarda intorno, pregando che nessuno l'abbia vista. Si allontana furtiva com'è arrivata: chiamerà Dom più tardi. Fingere di essere andata a scuola sarà più facile senza guardarlo negli occhi.
Baltimora; Giugno 2005
E' accovacciata a terra, sull'asfalto del piazzale esterno al garage. Ha il corpo di Dom tra le braccia e il suo sangue ovunque, mescolato al proprio. Una pozza vermiglia si allarga lenta ed inesorabile intorno a loro. Lacrime rosse si mischiano al sale sulle guance. Il dolore alla gamba è atroce; ma non è niente, niente confronto a ciò che prova guardando i suoi occhi meravigliosi che si stanno spegnendo.
Dom la guarda e sorride, come se fosse la cosa più bella del mondo. Lei inghiotte un singhiozzo disperato.
-"Non mi lasciare, ti prego, ti prego non mi lasciare, non mi lasciare sola. Resta con me. Resisti Dom, per favore per favore resta con me, non andare...non puoi andartene adesso!"
Lo supplica, lo prega, gli riempie il viso di baci e lacrime e spinge con le dita sul suo petto nel vano tentativo di fermare l'emorragia. Dominic cerca gli ultimi residui di energie e alza una mano, per sfiorarle il viso. Sbuffa un respiro secco e sofferente dalle narici: un rivolo di sangue gli scorre dalle labbra.
-"Te lo ricordi, Ley...and I promise to ride you like My Harley."
Lei non fa in tempo a rispondergli. Il braccio di Dom si affloscia all'improvviso: la sua anima rimossa da un alito di vento e non c'è altro che un guscio vuoto da stringere tra le braccia; urlare disperata fino a che la voce non scompare lasciando il posto a singhiozzi silenziosi. I soccorsi la troveranno ancora lì, avvinghiata ad un cadavere che non vuole lasciar andare per nessun motivo, mentre lo culla come si fa con i bambini per farli addormentare. Dovranno darle più di un sedativo, prima di rendersi conto che è ferita anche lei.
Due settimane dopo, è ancora in ospedale, si accorge di avere un ritardo. Non è mai successo prima e le prende il panico. Poi capisce che quello è un segno: Dominic è morto, ma le ha lasciato un bambino nella pancia. Il loro bambino. Il panico lascia spazio ad un senso di vertigine a metà tra il dolore, la paura e la gioia.
Chiede una visita, un po' confusa: con tutti gli esami che le hanno fatto nessuno le ha detto che fosse incinta. Forse era troppo presto, forse non l'hanno guardato. La mattina in cui dovrebbe vedere la ginecologa ha delle perdite. Prima deboli, poi è come se il ciclo ricomparisse normalmente. Pensa di essersi sbagliata e la delusione aggiunge altro dolore alla perdita. Piange per dom e per qualcosa che non è stato.
La visitano comunque, per sicurezza.
Quando la ginecologa va a parlarle, da sola, lo capisce subito che qualcosa non va.
Era davvero incinta -di poche settimane, forse meno di un mese. Ha perso il bambino. Il suo utero lo ha rigettato. Presenta malformazioni che impediscono agli ovuli fecondati di attecchire a lungo. E' una condizione operabile, ma nella maggior parte dei casi ci vogliono molti interventi e le malformazioni possono ricomparire. In sintesi, è come se fosse sterile.
Fino a pochi giorni prima non aveva mai nemmeno pensato alla possibilità di fare figli; figuriamoci. Adesso è costretta a piangerne l'impossibilità dopo essersi innamorata del fantasma di un bambino che non potrà mai nascere.
Keg Creek; Agosto 2015
Lars la travolge. La fa sentire come forse non le era successo mai prima, e non riesce a staccargli le mani di dosso, così come lui sembra non poter fare a meno di toccarla, baciarla e stringerla in ogni modo possibile durante la rocambolesca corsa verso il furgone. Un rifugio in cui rinchiudersi per qualche ora strappata all'apocalisse.
Anche nel buio lui è bello come il sole. Altrettanto caldo. Capace di incendiarla e farla sentire viva, anche in un mondo dominato dai morti. Sa di amarlo. Non riesce a dirglielo, se non a gesti.
-"Krasiva..."
Le dice. "Bella", in ucraino. Le parla spesso nella sua lingua madre ma a volte si dimentica di tradurre, forse perché si sente più a suo agio quando lei non capisce.
Fuori le voci dell'accampamento sono solo un brusio lontano. Dentro a quel furgoncino malandato ci sono solo loro.
I vestiti sono solo ostacoli di cui liberarsi e fare a meno. Vuole la sua pelle sulla pelle. Vuole il suo respiro sulle labbra. Vuole sentirlo perdersi in lei, e a sua volta annegare nel mare blu dei suoi occhi e tra le sue braccia. Le mani di Lars sono forti: lasciano segni sulla pelle che lei accoglie con gioia; ne farebbe sfoggio con orgoglio, se solo non fossero in punti troppo nascosti.
Quando l'ucraino borbotta qualcosa di responsabile riguardo alla necessità dei condom, per un attimo -uno soltanto- lei si irrigidisce. Scrolla la testa, soffia un sorriso. "Non servono", gli dice. Non gli lascia il tempo di chiedere spiegazioni, né trova sia il momento adatto ad offrirne. Lo assalta e basta, ansiosa di diventare tutt'uno con lui.
-" Dì che...che vuoi che faccio"
Le chiede lui: quasi fosse un verginello alle prime armi -ma non lo è. Lei lo sente che è il suo modo per chiederle cosa le piaccia, cosa fare per il suo benessere. Vorrebbe rispondergli " Stringimi forte, prendimi e non lasciarmi andare più. Mai più." Ma è un pensiero che fa paura, e allora è più semplice sorridere ed offrirsi senza limiti.
-"Quello che vuoi..." "Fai l'amore con me, in tutti i modi che vuoi."
Unirsi, sciogliersi l'uno nell'altra e perdersi completamente. E' possibile, almeno fino a quando l'Apocalisse resta fuori da quel furgone.